martedì 10 maggio 2011

Difficoltà di capire e di risolvere il conflitto

Comprendere dall'esterno un conflitto è arduo: questa disputa in particolare va oltre il problema territoriale e la spartizione delle risorse come invece lo spettatore occidentale medio, in maniera semplicistica e superficiale, ritiene. Egli non immagina neanche, infatti, quanto sia profonda l'importanza dei dispregiativi anti-ebraici che circolano nell'ambiente e nella cultura araba, quanto questi alimentino un sentimento anti-israeliano ormai diffuso a macchia d'olio nei vari Paesi arabi, o musulmani in genere; così come non può rendersi conto della stanca rassegnazione, non indiscriminatamente diffusa però, con la quale lo spettatore israeliano percepisce le tante vittime civili (inclusi i bambini) delle operazioni militari israeliane nei Territori palestinesi. In tale background e su tali sentimenti non si può sviluppare fiducia e collaborazione, né un trattato di pace potrà mai eliminare gli idiomi coranici violenti e antisemiti, l'odio nei confronti del sionista venuto ad installarsi e a “rubare” la terra al pastore e agricoltore palestinese, fondando così “una nazione di ladri” potenti e armati fino ai denti. C'è da cambiare una lingua, un pensiero, un atteggiamento. L’odio e il disprezzo sono innati: l'idea del yahuud (هود – l’ebreo) conquistatore deve essere eliminata. Anche il più moderato tra gli arabi sentirà necessariamente l’influenza di tale cultura dell'odio.
L’influenza che l’Islam violento e fondamentalista ha sul popolo palestinese è catastrofica. I palestinesi di oggi sono diventati i nemici più pericolosi per gli ebrei residenti in Eretz Israel proprio a causa della radicalizzazione di un certo filone ideologico islamico. Lo Stato ebraico, a sua volta, si è difeso dai suoi propri vicini conquistando territori cuscinetto e trasferendovi la propria popolazione (in luoghi che comunque avevano una presenza ebraica in passato) per fungere da deterrente, fin anche ora a ritrovare i Territori palestinesi di Gaza separati geograficamente da quelli della Cisgiordania.

Le decisioni difficili dei governi israeliani

In Israele le decisioni sono sempre difficili da prendere: nell'ottica israeliana il dilemma è se dare o meno nuovamente fiducia ad una leadership palestinese e araba che dal punto di vista israeliano ha sempre disatteso la maggior parte delle aspettative israeliane, aspettative che l’agenda arabo-musulmana non può soddisfare senza un radicale cambiamento di prospettiva sullo Stato ebraico. Israele, di conseguenza, per anni ha ceduto alla richiesta del suo popolo di vivere anche nelle antiche regioni della Giudea e della Samaria, cuore della Terra d’Israele biblica. Avviare trattative di pace mentre si continua ad essere avvolti da uno stato di allerta e diffidenza verso il vicino arabo è difficilissimo. Stesso dilemma si pone quando bisogna confrontarsi con la comunità internazionale, in particolare con le Nazioni Unite: il sentimento di sfiducia che si è creato nei decenni precedenti, in particolare per ciò che riguarda l’approvazione di alcune risoluzioni con marcati contenuti anti-israeliani e antisemiti, spesso risulta difficile da superare. Le derive antisemite esplose durante la conferenza sulla lotta al razzismo tenuta a Durban (2001) e patrocinata dalle Nazioni Unite sono state un colpo “basso” che Israele giustamente non ha accettato passivamente e che ha minato ancora di più la già fragile fiducia nelle istituzioni internazionali. Il Rapporto Goldstone del 2009 ha poi ulteriormente rincarato la dose.

Il dibattito diventa lacerante e, a seguito della grande discussione che avviene all’interno d'Israele e delle comunità ebraiche sparse per il mondo, spesso fonte di profonde divisioni. È sufficiente aprire un qualsiasi giornale israeliano, o visionare le loro versioni online, per rendersi conto di quanto il dibattito sia acceso, soprattutto in un periodo caratterizzato da un lato da tentativi di dialogo di pace con la Siria, tentativi fino ad ora falliti, e dalla ricerca di un rinnovato impegno politico verso l’ANP, e dall'altro dalla minaccia alla sicurezza dei cittadini d'Israele posta dal nucleare iraniano e dalle fazioni terroristiche di Hezbollah (حزب الل – Partito di Dio) e Hamas (حماس – Movimento Islamico). Addirittura sulla costruzione così controversa, ma necessaria, della barriera difensiva la discussione si divide tra chi ritiene che sia una questione prettamente politica, quindi da dover esser gestita dal governo e dalla magistratura, e chi invece ritiene che debba essere l’esercito a coordinare la sua amministrazione. Essendo una democrazia rappresentativa, però, Israele ritiene che debbano essere le istituzioni politiche e giuridiche a fornire le linee guida da seguire, e non le forze armate: la Corte Suprema israeliana, infatti, vigila costantemente sulla costruzione di tale barriera e spesso ha obbligato il governo e l'esercito a cambiare il percorso da essa seguito, anche se a onor del vero bisogna sottolineare che in alcuni casi le forze armate non sono state solerti nell'applicare le disposizioni della Corte. La supervisione della magistratura sulle decisioni politiche relative alla sicurezza nazionale è un elemento chiave per giudicare i comportamenti e il progresso sociale e civile di uno Stato, soprattutto in presenza di un conflitto.

Insomma con l’aumentare della popolazione palestinese e ebraica questi problemi si faranno sempre piu’ gravi e soluzioni da trovare sempre piu’ difficili fintantochè le minacce esterne sulla natura di Stato ebraico pendono su Israele. Servono delle idee innovative per uscire dall’impasse. Ma lo Stato d’Israele continua a svilupparsi con vigore nonostante tutte le circostanze avverse. Dal mio punto di vista si tratta di un popolo che merita di tornare in quella terra che tanto ha desiderato per centinaia di anni.

Il messianismo cristiano e islamico e il conflitto arabo - israeliano

Di non poca rilevanza per il conflitto arabo-israeliano è anche l’approccio religioso del Cristianesimo protestante – soprattutto americano – circa la questione del ritorno degli ebrei in Palestina e del loro costituirsi in Stato come profetizzato nella Bibbia: l'attuale conflitto ha acuito le differenze relative ad alcune posizioni tra le varie confessioni cristiane. In particolare negli ultimi decenni si è assistito ad una divisione sempre più marcata tra l’approccio di matrice cattolica-ortodossa e quelle di matrice evangelica: la prima, pur riconoscendo gli ebrei come i “fratelli maggiori”, si sofferma sui diritti storico-religiosi acquisiti nei secoli, mentre la seconda si concentra da un lato sul ritorno degli ebrei in Eretz Israel – ritorno che poi coinciderebbe con il crescente riconoscimento tra gli ebrei di Gesù come il vero Messia – e dall’altro sull’adempimento di alcune profezie tra le quali quelle di Isaia, Ezechiele, Gioele e Zaccaria che hanno per oggetto la ricostruzione del terzo Tempio di Gerusalemme negli “ultimi giorni” e soprattutto la Seconda Venuta di Gesù il Messia per regnare sulla terra e scacciare l’influenza di Satana, l'Avversario. Anche i laici hanno compreso che devono documentarsi su tali questioni religiose; hanno capito che sono sempre più rilevanti nell’evoluzione del conflitto, anche se intimamente, in puro spirito illuminista, anelano ad eliminarle.


Anche nell’Islam – soprattutto nello scisma sciita di cui l’Iran degli ayatollah è baluardo – si riscontra una visione apocalittica sempre più riemergente; visione che tra i vari aspetti, in preparazione della venuta della figura messianica del Mahdi (مهدي), prevede anche la distruzione “dell’entità sionista” in quanto entità ebraica. Questa visione considera l’Ebraismo una religione decaduta e apostata, soppiantata dalla purezza islamica: a seguito di ciò agli ebrei, quindi, non “rimane” che convertirsi all’Islam o soccombere alla spada del Jihad (جهاد) fondamentalista, purtroppo molto dilagante.

Uno sguardo all’attuale situazione della sicurezza in Medio Oriente

In questo momento il grande timore degli analisti occidentali della situazione della sicurezza nel Mediterraneo è che lo stesso popolo egiziano che ha cacciato il dittatore Mubarak possa sostenere o tollerare le tendenze pericolosissime del movimento dei “,;fratelli musulmani” basate sull’odio verso gli ebrei e l’America, sul sostegno al terrorismo islamico e contro i regimi arabi che non sposano la causa della jihad armata contro gli infedeli.


Nel frattempo, l’Iran non ha aspettato troppo tempo per tentare di inviare due navi militare lungo l’importantissimo canale di Suez (da cui passano il 40% delle navi del mondo) forse per salutare la rivoluzione egiziana e portare le masse verso il proprie alleanze regionali Iran-Siria-Turchia-Libano. Nel contempo, Nasrallah si permette, con tutta la libertà, di inveire contro Israele e l’Occidente a pochi kilometri dal confine con lo Stato ebraico. Nella sua retorica che convince le masse arabe, il leader dei Hizballah afferma senza scrupoli che l’esistenza di Israele è il vero problema del Medio Oriente: Israele che “ammazza e fa carneficine, confisca le terre (arabe), caccia i suoi abitanti, con il sostegno dell’Occidente”.


Ciò che è ancora più sorprendente è che l’amministrazione di Obama, che in teoria rappresenta l’Occidente, abbraccia l’inclusione dei fratelli musulmani in un governo egiziano post-Mubarak. L’accusa contro Obama degli analisti preoccupati della situazione è che nella stessa maniera con cui ha sostenuto il popolo contro Mubarak, il presidente statunitense non si è pronunciato contro il pericolo dell’Islam radicale”, in realtà del “,;terrorismo islamico” che aizza le proprie popolazioni contro gli infedeli. Obama infatti cerca di negoziare con l’Iran (ispirato dall’ideologia dell’eliminazione d’Israele e dall’instaurazione di una dominazione islamica shiita sul mondo), insiste sul ritiro dall’Iraq e dall’Afganistan (che da campo libero ai talebani integralisti), tollera il regime di Hugo Chavez (che cova l’anti-americanismo e si coalizza con questi nemici degli USA e di Israele). Ci si domanda se la diplomazia di Obama segue e accetta gli eventi invece di svolgere il ruolo naturale di leader mondiale.


La visione messianica di Obama non si concentra su questi problemi gravissimi. Invece la sua soluzione al problema dell’”Islam radicale” risiede nella creazione dello stato palestinese. Nella sua visione, la soluzione del “,;conflitto dei conflitti” porterà a risolvere tutta la questione dell’animosità islamica contro l’Occidente americanizzato. Ma in realtà questa non è la soluzione all’instabilità di vari paesi del Medio Oriente, del malcontento delle masse e della spartizione dei poteri. Non importa che la fondazione dello stato della Palestina all’ovest del Giordano si realizzi su terre la cui sovranità è ancora fortemente disputata con gli israeliani e lo Stato ebraico. Inoltre, la creazione di uno Stato della Palestina senza garanzie che i suoi dirigenti non seguiranno l’ideologia islamica è l’inizio di un nuovo conflitto ancora più grande di quello che si cerca di risolvere. Se non ci si assicura di come il popolo palestinese della Cisgiordania sarà guidato, esso, lo Stato della Palestina diventerà la pista di lancio di attacchi sempre più sofisticati prima contro gli ebrei che vivono nei territori palestinesi e, appena ricevute le armi necessarie dalle popolazioni degli stati vicini, si scaglieranno al di là del muro contro Gerusalemme e Tel Aviv.


Le convulsioni di massa che si stanno verificando in molti paesi arabo musulmani contro i regimi autoritari potrebbe sprigionare le forze jihadiste che vedono come primo nemico Israele. Lo Stato palestinese non da nessuna garanzia che non si allinei con questa spinta jihadista anti-israeliana, dopotutto la retorica di base dice che gli infedeli ebrei, coadiuvati dall’occidente, hanno strappato la terra ad essi stessi. Non ci si può aspettare uno Stato palestinese amico d’Israele. Intanto, i leaders Europei continuano ad allinearsi con Obama e a costringere Israele a concedere più terre disputate con gli arabi palestinesi, per stabilire un altro Stato che alla fine seguirà il vero sogno arabo-musulmano jihadista: gettare i sionisti a mare e eliminare il “,;regime sionista” in tutta la Palestina.


Il minuscolo Stato d’Israele si sentirà sempre meno sicuro, e al contempo i pericoli reali di animosità nei suoi confronti aumenteranno man mano che circoli di potere sempre più ostili a Israele si alternano, dopo gli scontri tra la popolazione e il governo centrale.


Visto che è risaputo che Israele è dotata di un ampio arsenale atomico, i paesi della regione devono essere accorti sulle conseguenze di uno scontro armato contro il considerato nemico comune. Addirittura la Corte internazionale di giustizia, nel suo parere consuntivo del 1996, ha ammesso l’uso della bomba atomico come “,;droit de survie extreme”, (diritto di sopravvivenza estrema) cioè nel caso in cui la sopravvivenza dello Stato sia messa in pericolo.


Onde evitare reazioni possenti da parte di Israele che possono sfociare addirittura nell’uso terribile della bomba nucleare, in caso di pericolo estremo di esistenza dello Stato stesso, da parte di uno stato un po’ diverso dagli altri vicini, come Israele, che è formato da una popolazione che ha avuto l’esperienza unica del genocidio, bisogna conoscere i pericoli di questo subbuglio nei regimi mediorientali. Invece di preoccuparsi dei problemi di crescita economica, si parla di potere e di aggressività, come se la competitività si faccia con la forza invece che con l’intelligenza. La conseguenza è uno stato continuo di animosità che non permette la sofisticata organizzazione del giro della moneta che determina la crescita economica e il benessere. Il capro espiatorio di quest’animosità è Israele: nemico comune perché diverso all’interno dell’Umma Islamica. Le regole del gioco, fondate sulla forza, portano sempre a scagliarsi contro Israele sotto l’eufemismo della Palestina libera, senza capire la storia di quella terra e a trovare soluzioni che non portino alla dominazione e all’umiliazione di un popolo nei confronti di un altro.


Israele osserva tutto dal suo cantuccio, preparando la propria società su tutti i fronti anche quello militare per sopravvivere, mentre Obama chiude gli occhi sui veri pericoli del mondo e da spazio alle forze che ha deciso di ignorare e di tollerare: la crescita dell’ideologia della jihad dappertutto, il terrorismo islamico e le avventure nucleari di certi regimi.


L’obiettivo anti-israeliano si sta raggiungendo: Israele è sempre più isolata mentre cerca di gridare il pericolo imminente nella regione. L’opulento occidente è troppo concentrato sulle questioni delle vita privata dei propri leaders o far quadrare i conti dei bilanci statali per cui è sempre meno amico del fastidioso nemico degli arabi, da cui essi dipendono energeticamente. Israele, il capro espiatorio dell’incapacità dei paesi arabi ad organizzarsi in un modo utile alla creazione di prosperità, pace e sicurezza, potrebbe reagire anch’essa in una maniera impulsiva per far crollare il muro di menzogne che si sta erigendo da Islamabad al Cairo, passando da Ramallah.


L’impegno d’Israele ora sarà quello di ricalibrare le relazioni con i paesi arabi, visto che ciò che è che accaduto in Tunisia ed Egitto potrebbe accadere in altri paesi arabi della regione. Gli analisti confermano che i Fratelli Musulmani rimangono il gruppo più organizzato dell’opposizione in Egitto. E’ risaputo che esso serve come antenna alle operazioni di Hamas.


Quando le nuove forze islamiche dovranno trovare un nemico comune, esse si scaglieranno contro Israele. Il pericolo più grande per la sicurezza internazionale è che la transizione da uno stato dittatoriale alla democrazia in questi paesi significherebbe dirigere i furori delle masse contro Israele, elemento estraneo alla regione islamica, che farà coalizzare le varie fazioni islamiche dello scenario della democrazia dei paesi arabi. Questo a sua volta significherà sostegno alla rincorsa del nucleare da parte dell’Iran.


Un Egitto ostile significherebbe la cessazione della fornitura di gas naturale verso Israele, la quale è diventata fortemente dipendente. Segni in questo senso già si intravedono. Tali timori sono già stati espressi dal Primo Ministro Binyamin Netanyahu, il quale nella conferenza stampa con il Cancelliere tedesco Angela Merkel questa settimana ha espresso le sue profonde preoccupazioni che la rivoluzione egiziana potrebbe prendere la forma di quella iraniana del 1979.


Il secondo scenario, che offre maggiore speranza certamente, sarebbe quello di vedere la nascita di un Egitto democratico e laico che sarebbe in grado di mantenere i trattati di pace e buone relazioni con gli Stati Uniti. Tale speranza passa attraverso il potere militare che garantirebbe la stabilità nella fase di transizione dal regime di Mubarak ad un vero Egitto democratico, privo di una significativa influenza da parte degli Islamisti. Ma questa è una velleità, poiché l’Islam è l’unico punto di riferimento della coscienza arabo-musulmana e gli imam potranno sempre più colmare il vuoto politico. L’unico elemento deterrente nei confronti di questa previsione è che ogni nuovo governo, che metterebbe a repentaglio la sicurezza d’Israele, sentirebbe l’impatto della fine dell’aiuto di 1,5 billioni di dollari che gli Stati Uniti inviano ogni anno al fine del mantenere tali trattati.


La cooperazione militare, mantenendo le forze fuori del Sinai, concedendo permessi di transito Settimanali, evitando la violazione dei trattati di pace, attraverso l’aiuto degli Stati Uniti e la collaborazione con l’intelligence israeliana, offre una vera speranza che un Egitto democratico potrebbe più assomigliare alla Turchia che all’Iran.


D’altro canto è chiaro che Israele manterrebbe abbondantemente gli accordi di pace, indipendentemente dalla coalizione che assume la dirigenza del paese. Detto tutto ciò, anche se le relazioni Israele - Egitto ed Egitto - Stati Uniti sono mantenute, comunque i riverberi delle proteste e il ruolo dell’Egitto quale centro della cultura araba, determinano un’onda di riforma in tutta la regione mediorientale. Altri leaders arabi stanno lavorando per trovarsi pronti a questi venti di sommosse popolari : il re di Giordania Abdullah ha dimissionato il suo gabinetto, e il Presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh ha dichiarato di non volersi ricandidare alle prossime elezioni, né passerà il potere a suo figlio, quando terminerà il suo mandato nel 2013.


Infine c’è un altro scenario: Israele ha bisogno di essere preparata ad affrontare una regione in costante cambiamento. Le sue iniziative di pace devono necessariamente realizzarsi in un consesso multilaterale e non ci si può accontentare di in un mero bilateralismo cangiante. Non si può sperare in una pace duratura con l’Egitto quando la sua popolazione è influenzata dalla mentalità ostile della leadership di Siria, Palestina e Libano. Non c’è mai il momento ideale per raggiungere la pace, c’è sempre presente un grande rischio nella regione, se si pensa che allo stesso tempo della pace israeliana con l’Egitto, i fronti bellicosi sono aperti con gli Islamici radicali: l’Iran e la Siria ad Est, Hamas al Sud, Hizballah al Nord.


L’iniziativa di pace della Lega araba apparentemente offre una via per mitigare il rischio e ricevere il massimo raggiungibile: il fatto di normalizzare le relazioni con 22 nazioni implica il fatto che, se un paese arabo viola questo accordo, sarebbe in violazione nei confronti di tutti gli altri stati arabi. Il rischio opposto invece è che se le negoziazioni tra Israele e i 22 stati arabi falliscono, Israele si può trovare nella situazione di rinnovata ostilità nei confronti di tutti questi stati. Questa è la differenza tra le negoziazioni regionali e le negoziazioni bilaterali. Siccome i rischi di fallimento dei colloqui di pace per raggiungere un accordo sono alti, il fatto stesso di negoziare rappresenta un pericolo grosso per chi non potrebbe riuscire a firmare una pace, secondo i criteri imposti dai 22 stati che sono d’accordo su molti punti già dall’inizio delle negoziazioni, quali: rifugiati, la sovranità sulla capitale Gerusalemme, la restituzione di tutti i territori occupati dopo 1967, evacuazione degli ebrei viventi in Giudea e Samaria, in quanto popolazione trasferita in violazione della quarta convenzione di Ginevra.


Naturalmente bisogna vedere se l’iniziativa di pace sopravvive a questa fase di sconvolgimenti politici nei paesi arabi.


Se Israele assicura di non perdere tale opportunità, abbracciando l’iniziativa di pace, mostrando il suo interesse verso l’Egitto e la Giordania, le proposte della Lega araba, e inoltre dimostra la volontà di accogliere i negoziati con i Palestinesi e il mondo arabo in generale, tutto ciò sarebbe un segnale di sostegno alla democrazia egiziana, un’opportunità di lavorare col governo che si è formato al fine di mantenere e far avanzare ogni relazione, tutto ciò avrebbe un vero significato per il miglioramento della questione palestinese.


In conclusione, una pace in Medio Oriente non può che fallire, se è fatta tra regimi dittatoriali fondate sulla concentrazione dei poteri piuttosto che sulla separazione dei poteri, sull’arbitrato del despota piuttosto che su uno stato di diritto fondato sulle libertà fondamentali, riconosciute dalle Nazioni Unit, e che sposano ideologie di mancanza di libertà di coscienza e di protezione delle minoranze etnico-religiose.


(Dr. Jonathan Curci e Renato D'Andria)

La situazione di pace nel Mediterraneo: influenze che dal Pakistan arrivano fino all’Egitto

Quando si analizzano le situazioni di proteste violente della popolazione contro le forze dell’ordine dei regimi in Medio Oriente, non bisogna dimenticare le influenze che i paesi mediorientali ricevono da altre regioni. Per questo la Fondazione Salvemini creata dall’imprenditore e editore Renato D’andria si occupa del dialogo tra i Paesi rivieraschi del Bacino Mediterraneo con parallela attenzione verso i paesi del Mar Caspio. Più ad Est di questo mare su cui si affaccia anche l’Iran, oltre il Kazakstan, la situazione del Pakistan e dell’Afghanistan lancia dei segnali preoccupanti verso l’attuale ridefinizione del potere nei paesi mediorientali arabo-musulmani che si affacciano sul Bacino Mediterraneo.

Il Pakistan ha raddoppiato il suo arsenale nucleare senza che la diplomazia internazionale ponga opposizioni. La tensione sulla corsa al nucleare continua mentre ogni tentativo internazionale di ridurre le armi atomiche finisce sempre con l’accusa contro l’arsenale nucleare, mai dichiarato ufficialmente, del minuscolo Stato d’Israele, iperarmato, che vive come un’isoletta circondata da nemici che hanno da un secolo cercato di annientarlo. E’ comunemente risaputo che Israele detiene qualche centinaia di testate nucleari come deterrente per non essere eliminato dalla carta geografica. Siccome Israele ha quest’arma tutti i suoi accusatori sono legittimati ad ottenerla. E solo se Israele la elimina tutti gli altri stati la elimineranno.


La cosa più paradossale è che la crescita del nucleare pachistano si realizza mentre l’economia del paese va sempre peggio, il suo governo è sempre più barcollante e larghe porzioni del paese sono controllate dai talebani. Il Pakistan riceve più aiuti dagli Stati Uniti che qualsiasi altro paese... forse più d’Israele. La critica più acuta a questi aiuti asserisce che una parte dei suoi fondi vada al progetto nucleare, poichè non vi sarebbe nessun’altra spiegazione per lo stato effettivo di bancarotta dello Stato.


Questo stato delle cose sembra ancora più assurdo quando vari segmenti del governo e dell’establishment militare aderiscono ad una linea anti-americana, e mantengono delle relazioni strette con Al-Qaida e coi Talebani. Il grande nemico di questo establishment è Israele, massima espressione del nemico infedele occidentale. La situazione è preoccupante perchè, data la miopia del presidente Obama, il Pakistan è l’esempio di ciò che possono diventare i prossimi regimi mediorientali in mano al subbuglio popolare. Le masse guidate da lobby di pensiero che strumentalizzano la religione dell’Islam può portare i regimi di Egitto, Tunisia ecc. all’ottenimento di armi di distruzione di massa, a governi centrali che non controllano la situazione della sicurezza e l’applicazione della legge in varie parti del paese, all’impoverimento per mancanza di organizzazione dell’economia statale, alla radicalizzazione della popolazione verso regimi militari pro-islamici con tendenze religiose aggressive e apocalittiche (come l’Iran). In effetti il controllo dei Talebani e di al-Qaida da un quarto a un terzo del territorio pakistano e il loro sostegno popolare nel paese è qualcosa di sconvolgente. Le masse popolari che vogliono far ascoltare la propria voce diventano poi le vittime dei leaders e dei regimi che sono succeduti a quelli che queste masse popolari hanno sollevato. Il problema quindi risiede nella mentalità dominante e in come essa viene incanalata da chi comanda.


L’amministrazione di Obama che comanda la nazione leader dell’occidente non ha una strategia chiara per risolvere questa piaga dilagante che rischia di attecchire in tutto il Medio Oriente dall’Afganistan e Pakistan fino al Mediterraneo. Dalla guerra contro il terrorismo di ispirazione islamica iniziata da Bush si è passati al timido “overseas contingency operation” (operazione di contingenza di oltremare).


Obama usa gli eufemismi più inesatti per descrivere pubblicamente il vero pericolo: i termini “jihad e terrorismo islamico” sono spariti dal linguaggio per essere sostituiti con “Islam radicale” che appare nei documenti ufficiali americani.


Le decisioni dell’amministrazione provengono dallo snaturare questa realtà e accettare il terrorismo organizzato islamico come qualcosa di solamente radicale.


Questa tendenza porterà presto un’amministrazione come quella di Obama ad accettare la sovranità di Hamas su Gaza e l’influenza della sua ideologia sottostante su tutto l’Egitto post-Mubarak. Evitare gli scontri porterà i nemici ad agire indisturbati per raggiungere la loro vendetta contro gli USA facendola pagare innanzitutto a Israele, suo ambasciatore nel Medio Oriente nonché cancro nel cuore dell’Umma Islamica.


Ci si domanda se in queste regioni democrazia significhi che il popolo accetti di seguire chi ha conquistato il potere con maggiore violenza instaurando un regime sempre più basato sui principi della sha’aria islamica (diritto islamico) che include l’oppressione sulle donne, la mancanza di libertà di coscienza, di espressione e di religione nonché la sottomissione delle minoranze allo stato inferiore di dhimmi.




(Dr. Jonathan Curci e Renato D'Andria)

Il problema territoriale e l’autodeterminazione ebraica versus quella palestinese

Il riconoscimento del diritto di esistere dello Stato ebraico nei confini che creano un spazio vitale adeguato per gli ebrei sparsi nel mondo è l'unica via per ottenere una vera pace. Né la religione ebraica, né il Sionismo ultra-nazionalista predicano la scacciata delle popolazioni non ebraiche. L’astio tra i due gruppi etnici si basa sulla reciproca ignoranza relativa ai rispettivi costumi culturali, sulla fobia l’uno dell’altro e su atti di violenza che hanno progressivamente creato misure di separazione. Gli arabi devono capire che anche nella visione più estremista e ultra-ortodossa della Eretz Israel Hashlema (la Terra d'Israele intera), i palestinesi possono risiedere come liberi cittadini dello Stato ebraico, anche se non si accetta la loro indipendenza e sovranità sulla Terra d’Israele. Da qui parte il conflitto della destra religiosa d’Israele che si scontra innanzitutto con il principio di autodeterminazione del popolo palestinese, con la comunità internazionale che si appella all’oggettività del diritto internazionale, e in ultimo con i partiti politici israeliani che da due decenni sostengono la nascita di uno Stato palestinese. A tale visione esclusiva si contrappone quella della grande maggioranza degli israeliani che accettano, condividono e sostengono il principio dei due Stati per due popoli. La stessa maggioranza, però, non accetterà mai che il diritto di autodeterminazione ebraica venga violato e messo a repentaglio, non svenderà mai la propria sicurezza nazionale e individuale: in questo le due correnti di pensiero si riuniscono.


Il popolo che ora si chiama palestinese deve trovare il suo nido di convivenza pacifica con lo Stato d’Israele, sia che questo avvenga al suo interno in qualità di cittadini israeliani, sia che si realizzi in maniera totalmente indipendente e sovrana su una parte di ciò che gli ebrei chiamano Eretz Israel. Per far ciò, però, un grande sforzo di comprensione e un grande mutamento nelle intenzioni è richiesto a quella parte della dirigenza palestinese che predica l'esclusività palestinese sui “diritti di proprietà” della “Palestina storica”, ignorando pertanto la storia del popolo d'Israele, da cui paradossalmente, ma verosimilmente, una gran parte di essi sembra provenire prima di essere costretti a convertirsi all’Islam durante la dominazione araba e ottomana; questo dimostrano le più recenti scoperte scientifiche in ambito genetico.

La difficoltà nel comunicare tra Islam e Ebraismo sulla questione israelo-palestinese

I mali della società palestinese vengono spesso ricondotti alla prolungata e continua occupazione israeliana: in alcuni casi, però, quando l'estremismo fondamentalista parla di occupazione di aree palestinesi, non si riferisce solo a Gaza e alla Cisgiordania, ma all'intera Palestina storica, cioè anche a quei territori ufficialmente e internazionalmente riconosciuti come Stato d'Israele; questo estremismo aspira alla totale indipendenza statale e considera lo Stato ebraico un “usurpatore” della sovranità appartenuta fino a quel momento alla grande ummah (أمّة) islamica.
Questa parte di ummah è difatti la terra – conquistata poi con la forza dalle milizie musulmane – tanto cara al profeta Maometto perché, come insegna il Corano, dal centro spirituale di Al-Quds (La Santa, ovvero Gerusalemme) egli ascese in cielo in sogno. La concezione che l'Islam ha del rapporto esistente tra ummah islamica e terra su cui essa è stanziata ha tra i vari elementi il rifiuto dell'indipendenza nazionale e statale ebraica: la dottrina islamica fagocita la tradizione del popolo d'Israele, avviluppa sporadicamente e frammentariamente varie storie della Bibbia ebraica in vari versetti del Corano dando così l'impressione di basarsi su fonti ebraiche, ma contemporaneamente nega la possibilità di leggere, studiare e ricercare non solo i precetti della Torah (תורה) scritta e orale su cui la religione ebraica si poggia, ma anche tutta la ricca spiritualità dei profeti ebrei della Bibbia citati anche nel Corano. In tal modo al fedele musulmano viene proibito di conoscere nel loro contesto autentico e originario le parole di quei profeti che erano parte attiva della nazione israelita, che contribuivano alla sua formazione, che predicavano la sua indipendenza e il suo destino come popolo non assimilato tra i goym (גוים – i “gentili”, ovvero i non ebrei).

(Dr. Jonathan Curci e Renato D'Andria)